
Silberling non è uno qualsiasi. Non è uno che confeziona filmetti da popcorn. È uno che, in un filmetto che si accompagna volentieri a un cestello di popcorn, innesta un sostrato di consapevolezza esistenziale e una riflessione al limite della vita che non è così usuale.
I suoi sono sempre personaggi dall’animo puro e disarmato. C’era il giovane Joe Nast in Moonlight mile, diviso tra la pietà e la propria vita, c’era Susan Sarandon, mamma strepitosa, inquieta e materna allo stesso tempo. Ora ci sono Violet, Klaus e Sunny, tre ragazzini orfani, con un sensore interiore per l’ingiustizia e con un’impellente necessità di trovare casa. Devono tutti cercare casa, i personaggi di Silberling, in senso materiale ed effettivo, oltre che simbolico: alle spalle c’è un’assenza e di fronte c’è la necessità di trovare il proprio posto. Anime che vagano e che abitano ciò che hanno intorno, che si costruiscono uno spazio (la tenda e le invenzioni per i tre giovani Baudelaire e le fughe al bar per Joe) e cercano di renderlo abitabile. Non partono, non fuggono. Al contrario, restano e si inventano qualcosa. E’ la la forte adesione di Silberling all’imperfezione della vita che addirittura induce un angelo a diventare uomo.
E’ un mondo di umani non umani, di segnali di vita che combattono con se stessi: fantasmi, angeli e lutti che rimangono sullo sfondo ma condizionano il film. E d’altro canto risposte che si cercano dal nulla (le lettere di Moonlight mile e le fotografie e la lettera dei genitori Baudelaire). I film di Silberling sono sempre un dialogo con ciò che non si vede e non si conosce. In compenso ciò che si vede, ciò che cade sotto l’occhio, brucia inesorabilmente. C’è uno sfuggire la messa a fuoco da parte di Silberling, un rappresentare tramite le ombre e silouette che è davvero poesia.
Joe Nast rappresentava la cifra del tocco di Silberling che è proprio quella pietà di cui si è detto, uno sguardo vicino pur nascosto, un’adesione partecipata benché silenziosa; e quell’impotenza di Joe Nast che infine si arrendeva al gorgo di parole troppo a lungo trattenute. Un’impotenza che però si affida a una positività di fondo dell’universo silberlinghiano, universo che non disconosce nulla, ma ha fede. Joe Nast, dicevamo, è la cifra del tocco di Silberling. Ma in questo secondo suo film risalta come inconsueta, per il tipo di operazione, la malinconia lieve che va a sostutire il clima sinistro dark dell’originale letterario.








