Con Quando meno te l'aspetti Garry Marshall torna sul luogo del delitto quindici anni dopo. Ieri, su quel pavimento lustro di un hotel di Beverly Hills, la pretty Vivian ringraziava il direttore dell’albergo Barney, gli faceva un buffetto, gli diceva ‘Sei forte’, e se ne andava via dall’hotel credendo di salutare per sempre un sogno e tornare alla amara realtà. Oggi una Helen sul pavimento lucido di una rivendita di auto nel Queens saluta ancora Hector Elizondo, questa volta nei panni del proprietario della rivendita, gli fa un complimento complice, e se ne va a costruire il suo sogno di realtà.
Ma in queste due scene, per il resto identiche, c’è una differenza. Stavolta Elizondo non ricopre il ruolo a cui Marshall ci ha abituati. O meglio, infine lo ricopre, ma mediante una casualità, con una distrazione che Helen deve raccogliere da sè. Perché crescere, per la giovane Helen, significa innanzitutto muoversi da sola. Non ci sono più supporti dall’esterno. E qui sta l’altra enorme differenza con Pretty woman, a cui bastava essere se stessa per cambiare la propria vita. A Helen capita il contrario: deve faticosamente cambiare, ribaltare tutta se stessa, per trovare la propria strada.
In mezzo, le altre: la Frankie di Johnny, terrorizzata dall’amore e affamata di cure (Paura d’amare), poi una tizia bizzarra che scappava al galoppo dal matrimonio (Se scappi ti sposo), e poi una giovane moderna e disinteressata all’idea antica di diventare una principessa (Pretty Princess).
Stavolta è un’altra giovane donna che ha realizzato tutti i suoi sogni, ma le piomba tra capo e collo la realtà. Helen (Kate Hudson) è una vivace e fresca ragazza che lavora con passione in un’agenzia di modelle di Manhattan, accede a tutti i locali più esclusivi, frequenta modelli, è amata da tutti e cammina baldanzosa per la sua vita. Quando, a causa di una disgrazia, le vengono affidati i tre figli della sorella, la sua vita comprensibilmente si ribalta. Lascia Manhattan per il Queens, perde il lavoro e gli amici, e fa sacrifici a non finire. In tutto questo la necessità di imparare a farsi odiare. E poi, naturalmente, l’amore. Solo attraverso la comprensione di questa implacabile e totale antinomia si trapassa alla vita reale.
Marshall ha scelto di raccontare le donne attraverso i tempi, ma soprattutto ha scelto di raccontare l’amore attraverso le donne, in una disarmata dichiarazione d’amore essa stessa. E il film è, infine, questo. Un delicato irresistibile toccante cumulo di momenti intrisi d’amore, talvolta acerbo, talvolta emozionato, talvolta impietoso. Ogni gesto, ogni sguardo è ricolmo di pietà e commozione, di consapevolezza e impotenza, dolore e felicità, per raccontare di una Helen precipitata a terra ma che, sebbene in altra forma, non ha pregiudicato la capacità di volare di Vivian. E lo capiamo proprio con quella strizzatina d’occhio al sosia pigro di Barney. Tutte le sfumature dell’arcobaleno in un film che fa male. E anche bene.








