giovedì, 21 dicembre 2006



OVUNQUE SEI


Grande, coraggiosissimo Placido, che non teme di fare un cinema poco praticabile e spiazzante rinunciando alla logica prosaica, superficiale ed esplicativa e abbandonandosi, invece, alle sensazioni e a sentimenti vagabondi. Il film è infatti fin dall’inizio uno spiazzamento, un’ambigua, disorientante e incessante sostituzione di persone personaggi attori e storie.

Inizia con l’immagine dell’acqua fluida e di una canoa che vi scorre sopra lieve. E il film si manterrà così, liquido, torbido e immateriale, come quando si cerca dentro se stessi. C’è stato davvero un lutto? O è semplicemente un lutto d’amore? L’incidente è un vero incidente o è un incidente dell’anima? Il sommozzatore che scende nelle acque del Tevere è un vero sommozzatore o è uno sguardo che cerca di riannodare i fili con la parte più profonda di sé? Roma è Roma o è un inconscio sedimentato da secoli? Chi risponde al nome di Leonardo? Dov’è davvero Elena? Non ha importanza. Due storie d’amore diverse, personaggi che guardano se stessi ma che non sanno in che specchio guardare, una storia che si riflette in una storia parallela di cui la prima è la vibrazione del timpano che stimola il cervello e la seconda sono le tre parole “io ti amo”. Come si passa dalla prima storia alla seconda? Il film si installa in mezzo, nel passaggio magico e inafferrabile tra l’una e l’altra storia. Come il titolo tronco ma assertorio, a cui manca una conclusione, ma la si intuisce.

Dopo Un viaggio chiamato amore, dunque, Placido si immerge ancora nell’amore. Ma un amore diverso, non speciale e furioso come era quello messo in scena tra Accorsi e la Morante, bensì comune e quotidiano, un amore che era sgorgato puro (ricordiamo, en passant, che Accorsi e la Placido si erano adolescenzialmente amati anche in Jack Frusciante è uscito dal gruppo) ma che poi si smarrisce nel caos della vita quotidiana, dove il calore si affievolisce senza che quasi ce ne si accorga e la comunicazione, inquinata e e inquinante, è diventata remota.

E però, alla fine, non è un amore diverso da quello delle due illustri menti (e cuori), per la difficoltà in entrambe le vicende di far emergere la potenza del sentimento senza che questo sia trasfigurato dalla realtà materiale, concreta e ostica che non si lascia scalfire dall’inconsistenza dei sentimenti.

Immagini e voci orfani si sovrappongono, alla fine disordinatamente e ossessivamente, alla ricerca del proprio autore, significati e sentimenti distorti, alla ricerca della propria generazione e della propria genuinità. E l’Accorsi, come coscienza del film, come il personaggio che cerca se stesso, come il filo tra la coppia reale e quella irreale, ci accompagna in visita sull’”orlo del precipizio” che è l’amore, precipizio che c’è solo se ci si ricorda che c’è, altrimenti non c’è più e si è “in salvo”. Domande grandi sull’entità del fenomeno “amore”, insomma, che spesso il cinema non ha il cuore di porre con schiettezza, ma solo di rappresentare con un esito o un altro. Qui invece il coraggio c’è, per esempio, di non restare sul testo ma di scriverne un altro da sovrapporre al primo, e poi un altro ancora. Come maschere, sarebbe facile dire, vista l’ispirazione pirandelliana del film (Pirandello, uno degli scrittori più cinematografici che ci siano). Ma anche come molteplici realtà che sbocciano una sopra all’altra a evocare, a ispirare, a mostrare coprendo le altre da cui nascono e, però, infine, in una ritrovata fiducia e speranza nell’amore che, lungi dall’essere la soluzione dei nodi, è invece il presupposto da cui solo può partire il teorema, e si torna al principio.

Grande film italiano, coraggioso, audace e intensissimo. Grazie a Michele Placido e ai suoi normali personaggi.

postato da: grnfrc alle ore 10:06 | Permalink | commenti
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