
RAY
Fortemente emozionale, questo film: dalla fotografia pregna di chiaroscuri, all’attenzione con cui Hackford sceglie i momenti in cui “sparare” le soggettive di Ray: al limite dell’espressionismo quando la cecità diventa davvero uno stato dell’anima indifesa, in prigione preso d’assalto dai giornalisti, o nelle allucinazioni che da tattili si trasformano immediatamente in visive.
Le soggettive, in questi casi, sono l’amplificazione dell’impotenza di Ray che però non avrebbe avuto nulla di guadagnato, in quei momenti, dal possedere la vista. Le soggettive, allora, sono l’espressione, in termini di cecità, del dramma dello spaesamento. Sono l’ispirato utilizzo cinematografico - e lirico - di una lacuna da intendersi anch’essa in senso cinematografico: nei momenti in cui Ray è disperso e debole, “recede” alla vista, vi si arrende e diventa il non-vedente che nella sua vita non è mai stato.








