
Zhang l’illusionista
L’inganno. Come l’inganno filosofico, quel che si dice è quello che è falso. Quello che rimane fuori è il vero. Mei inganna Jin facendogli credere di essere cieca e seducendolo per farlo prigioniero. Jin inganna Mei facendole credere che la salva perché la ama. Ma tra le pieghe della mistificazione, l’unica verità è che si amano. Dire una cosa vera fingendo che sia falsa per fingere che sia vera. Se è vero che il segno racchiude in sé sempre l’equivoco, allora quest’amore due volte negato, è più vero che mai.
E necessariamente, allora, anche la visione dev’essere negata, per poi essere cento volte acuita e quindi collassare su sé stessa. Come l’amore tra Mei e Jin, che, quando viene svelato, rieccheggia e fa vibrare l’aria come mille pugnali volanti e infine, nudo e scoperto, deflagra e i suoi pezzi scendono sottoforma di fiocchi di neve.
Banale dire che questo è esattamente l’inganno del cinema, sempre strabico rispetto al suo dire. Non è banale, però, il fatto che anche Zhang Yimou ci abbia ingannato una seconda volta, al pari di Mei e Jin. Che hanno messo in atto una finta messinscena, infine, perché i gesti erano chiari e univoci e tornavano su se stessi al di là delle millantate intenzioni.








