mercoledì, 06 dicembre 2006



PRIMA DEL TRAMONTO

Nel suo essere piccolo e poco appariscente, Prima dell’alba fu un film epocale. Allertò le antenne di una generazione intera che si lasciò avvincere e struggere da una vicenda che nella sua normalità lasciava emergere un romanticismo d’altri tempi. I film di Linklater, del resto, sono così, sono dei gioiellini che passano facilmente inosservati, che comunque sembrano disimpegnati e poco ambiziosi ma sono, invece, genuini e aperti, e questo è un risultato che nel cinema non è così semplice da conseguire.

Schiettamente a cavallo tra narrativo e metanarrativo, senza negare dunque il coinvolgimento spontaneo che Prima dell’alba creò e, anzi, partecipandovi in prima persona, Prima del tramonto inizia con una schiera di giornalisti intervenuti alla presentazione del romanzo che Jesse, divenuto scrittore, ha scritto ispirandosi all’incontro con Céline. I giornalisti, inusitatamente animati dalla vicenda, pongono all’autore l’ingenua domanda: si sono più rivisti? E Jesse, denunciando disarmato l’avvenuta secolarizzazione della sua vita, non sa dare soddisfazione a ciò che forse davvero esigeva una risposta. Perché il sequel di Prima dell’alba non era necessario ma, forse proprio per questo, agli occhi di Linklater lo era: per andare alla riscoperta di una libertà del cuore che Linklater cerca sempre nei suoi film, e che in quest’ultimo è esplicita fin dal suo intento iniziale. 

Sempre in movimento, Jesse e Céline camminano, svoltano, fanno una breve pausa, si consultano sulla strada da imboccare, poi prendono il Baton mouche, poi il taxi, sempre in movimento. Come in Prima dell’alba, ma in modo diverso. Là il movimento del treno non era un impedimento alla scoperta tra i due ragazzi e, anzi, assecondava e sospingeva la conoscenza e l’amicizia. Qui Linklater crea una variazione sul tema: poiché il presupposto è già dato e l’incontro magico di nove anni prima è il punto di partenza e non d’arrivo, il continuo camminare in presa diretta per le strade di una Parigi informale e accogliente, è incerto e talvolta faticoso così come le conversazioni fluviali riempiono e contemporaneamente svuotano il tempo a disposizione. È dunque un movimento che ostacola la sosta invece che condurre ad essa, è un indeciso sfuggire all’istante dell’incontro che resta sospeso e fissato nel tempo, è un esitante girarci intorno, un allontanarsi di nove anni e, insieme, un peregrinare alla ricerca della strada giusta o di quella sbagliata, e i passi uno a fianco dell’altro sono densi di emozione e tormento perché si ha davanti un sogno a cui si crede ancora ciecamente e però a cui non si crede di poter credere.

Linklater lascia tutto lo spazio ai suoi sodali Ethan Hawke e Julie Delpy: come sempre, il regista sa stare al fianco dei suoi personaggi formando una banda, una rock band, come avveniva in School of rock (altro manifesto del “programma” linklateriano), in cui regna la comunione di intenti e si suona tutti insieme lo stesso pezzo. E il finale, tronco e perentorio, impone finalmente di liberarsi dai dubbi e credere in un lieto fine tanto imprevedibile quanto desiderabile. Ma, certo, la storia di Jesse e Céline potrebbe anche diventare una nuova saga alla Antoine Doinel.

postato da: grnfrc alle ore 13:38 | Permalink | commenti
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