
50 VOLTE IL PRIMO BACIO
È bellissimo questo ultimo film di Segal: colmo di vitalità e freschezza, è una delle migliori commedie dell’anno. Segal si dimostra capace di dirigere con grande sincerità una storia che nemmeno per un attimo si ferma ai suoi pretesti iniziali e che subito spicca il volo.
Come in Terapia d'urto, infatti, il film ha come epicentro la rielaborazione di uno stratagemma narrativo classico: là era il doppio, qui è un giorno che si ripete sempre uguale. Henry, costretto a conquistare la propria amata ogni giorno, diventa il pretesto per giocare-sperimentare la temporalità: come su un set cinematografico, ma ancor di più - e non è da intendersi in senso deteriore - come in un videogame, Henry è il giocatore che, partita dopo partita, cerca di superare le insidie del percorso. La scansione classica della commedia rosa “innamoramento crisi amore” si srotola dunque per mezzo del loop di un giorno che è sempre lo stesso ma che non è mai uguale al giorno precedente perché la vita è indomita e imprevedibile.
Ciò che distingue 50 volte il primo bacio dagli altri film che giocano con la temporalità, è che qui l’interruzione della linearità temporale non è il frutto di un sortilegio e dunque non è una lezione morale. E’ invece una malattia di cui Lucy ogni giorno è vittima inconsapevole. L’implacabile iterazione ex novo dell’ultimo giorno ricordabile dà corpo all’indifeso e vitale candore di Lucy che ogni giorno si risveglia ignara di essere giunta all’estremo della sua vita, ogni giorno una nuova Matrix.
Segal riesce a mantenere un felicissimo tocco lungo tutto il film, mai invasivo nelle scene in cui Lucy scopre il suo dramma, fraternamente divertito da Henry che canta i Beach Boys piangendo le sue sofferenze d’amore, sempre al fianco dei suoi personaggi strampalati. Non da meno i due protagonisti, insostituibili nei loro ruoli: Drew Barrymore, anche produttrice del film, è l’unica attrice oggi a potersi permettere interpretazioni così ammiccanti e fuori dalle righe senza perdere in grazia e sensibilità. Sandler, d’altro canto, continua a non riscuotere l’entusiasmo che meriterebbe, forse perché una delle sue doti è la generosità con cui valorizza il mondo che contribuisce a raccontare.








