sabato, 02 dicembre 2006

Il nuovo film di Assayas è uno splendido viaggio in una vita ridotta a rottame. È una sconvolgente novella tutta di cuore, un’oasi, un fuoco nella notte. Olivier Assayas, ultimo, solitario erede della nouvelle vague, è tale non perché nessun altro abbia raccolto il messaggio dei giovani turchi francesi; per fortuna, anzi, il messaggio è stato colto eccome e il cinema contemporaneo da lì discende. Assayas è l’ultimo della nouvelle vague perché in lui il messaggio conserva ancora quell’albeggiante candore, quello sguardo appena destatosi, quello stesso sguardo che Eva Green puliva dal sonno in The Dreamers.

E, della nouvelle vague, Assayas conserva la vividità dello spazio circostante fatta di ombre e luci, di estraneità e appartenenza allo stesso tempo. Città, uomini. Strade, corpi, come una convivenza forzata. Il corpo è quello di vetro di Maggie Cheung. I luoghi, anche i più consueti, sono sempre estranei, sempre un po’ intrusi e invadenti rispetto alla vita, misteriosi e difficili da leggere e da interpretare, luoghi assenti, infine. Come quella furtiva penetrazione in casa dell’amico trovato morto ma che già si sapeva. O la notte di solitudine in macchina di fronte a uno skyline grigio e industriale, privo di vita e pieno di fumo. È la solitudine a cui Emily si trova sospinta.

Maggie Cheung, insieme ad Assayas, ha disegnato un personaggio strepitoso. Un personaggio a cui non possiamo non aderire anche se ne vediamo l’immaturità quasi insolente per quanto è coltivata. Ma la fragilità va a scardinare tutto ciò che di negativo può esserci in lei e nelle sue vicissitudini. È un personaggio del tutto istintivo eppure eccezionalmente raffinato, si sottrae a se stesso e ci chiama a sé perché ne ha bisogno e non perché lo vuole. E infine ci rimane sconosciuto: perché, a pensarci bene, che cosa effettivamente passava per la testa a Emily?

Film di morte, naturalmente, e di malessere e droga. È la storia di una ribellione ingolfata, di un mondo che ha perso il suo faro. Ma è anche un film mai conlamatamente disperato, mai sopra tono benché estremamente diretto. Vive di echi, gesti e sottrazioni, e i personaggi, più che personaggi sono spiriti invisibili, nella fattispecie spiriti combattenti. Nick Nolte è da citare a fianco di Maggie Cheung per una prova attoriale che è un dono.

E nel finale, che sembra beffardo, e che invece è lo sbocco per la nascita di una famiglia, c’è tutto Assayas perché, comunque sia, la giovinezza, L’eau froide, è da traditori rinnegarla.

Peccato per la distribuzione insufficiente. Lode a chi ne ha dato spazio, qualunque sia stato il modo.

postato da: grnfrc alle ore 17:33 | Permalink | commenti
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