sabato, 02 dicembre 2006



È un tripudio di Bridget Jones, questo secondo capitolo della saga. Bridget Jones troneggia e invade lo schermo, il film le è completamente asservito: la trama – ovvero il movente del film -  non esisterebbe, se non fosse per il ciclone Bridget Jones e la sua inclinazione a ingarbugliare, e i comprimari, imbalsamati dal primo film, sono ombre di se stessi.

L’idea di fondo non era sbagliata: giocare con la trasformazione di Bridget Jones in eroina tout cour, trarne un Mister Bean al femminile, mediante la rappresentazione di una rappresentazione farne definitivamente un’ironica (anti-)icona, elevarla a stereotipo, sancirne il paradigma, celebrarne l’antonomasia.

Ma tutto ciò non viene realizzato nemmeno lontanamente. L’accumulo di situazioni fini a se stesse denuncia la vacuità del film, che risulta spesso incerto nei toni perchè troppo innamorato del personaggio di Helen Fielding (e la dichiarazione d’amore c’è davvero, alla fine) per poterne prendere le giuste distanze. La levità di toni del precedente capitolo si trasforma in un’elevata considerazione del progetto che giunge a livelli imbarazzanti quando si ammanta di impegno buonista nel malinteso tentativo di sottrarre Bridget Jones alla frivola inconsistenza che le ricordavamo. L’ingenua goffaggine del personaggio originario viene snaturata da un irritante protagonismo simile a quello dei real-tv, show in cui i personaggi rifanno se stessi e reiterano le proprie peculiarità, così come in Che pasticcio, Bridget Jones! vengono pedissequamente e sterilmente rievocate le gag più memorabili di Il diario di Bridget Jones.

Il film risulta purtroppo figlio non del precedente film, bensì dell’eco mediatica che quello aveva suscitato, che già allora risultava eccessiva rispetto alle ambizioni del film. E Renee Zellweger dà il suo apporto al crollo dell’impresa smarrendo definitivamente i limiti della comicità e sforando in una sgangherata macchietta. Bridget Jones è già finita.
postato da: grnfrc alle ore 17:28 | Permalink | commenti
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