
Difficile capire come la candidatura di Le chiavi di casa al Leone d’oro possa essere stata presa sul serio. L’ultimo lavoro di Gianni Amelio è un film mediocre e ancor più alla luce dell’ambizione che lo muove. Ispirato al romanzo di Pontiggia Nati due volte in cui lo scrittore comasco racconta la sua esperienza di padre e in cui Amelio ha ritrovato i propri temi cari del viaggio e della paternità, il film è un’occasione persa di rinnovo di una filmografia che da troppo tempo langue nelle medesime acque chiuse.
Un uomo, Gianni (un calibrato Kim Rossi Stuart) si vede affidato il figlio disabile Paolo (Andrea Rossi) di cui, fino ad allora aveva disconosciuto l'esistenza. Costretto a una convivenza serrata e in balia dell'eccentricità del ragazzo, scopre quello che dalla semplice sinossi del film già si può intuire, ossia che il vero disabile non è il figlio ma lui stesso e, molto, molto a latere, la domanda su che cosa sia la vera disabilità.
Amelio cerca con vigore la ricomposizione del conflitto ed è questo robusto desiderio di rompere le catene che impediscono i movimenti - insieme all'imponente battage pubblicitario che ha accompagnato l'uscita del film - ad avere probabilmente affascinato il pubblico veneziano.








